venerdì 25 dicembre 2009
Pomigliano non si tocca
Prendo raramente la metropolitana. Oggi però mi fa comodo così, devo andare in una zona della città dove è difficile parcheggiare. Sono al capolinea, ho già fatto il biglietto, sono già in galleria, aspetto il treno. Da un po' pero' si sentono, prima in lontananza poi sempre piu' vicini, voci e schiamazzi e suoni di fischetti. Poi scendono per le scale dei manifestanti che urlano qualcosa. Mi passano davanti. L'acustica della galleria non è un granchè, ci metto un po' a capire che dicono "Pomigliano non si tocca". Arriva qualche tutore dell'ordine. Io sono una natura paurosa. La galleria della metropolitana non è il posto migliore per rimanere presa in dei disordini. Scoppia qualcosa. Annuso: nè bombe nè lacrimogeni, solo un botto di Capodanno, ma basta per fare scattare tutti gli allarmi. I tutori dell'ordine sono in vigile attesa, i manifestanti pure, non si capisce bene se vogliono prendere la metropolitana o impedire alla metropolitana di funzionare. Gli utenti "laici", ad ogni buon conto, si tengono a rispettosa distanza, e il responsabili del servizio, ad ogni buon conto, si guardano bene dal fare arrivare il treno sulla banchina. Ho capito, me ne vado. Quello che devo fare lo farò domani. Pero'...sebbene io sappia che quello che stanno facendo è perfettamente inutile...e sebbene abbiano sconvolto i miei programmi per il giorno presente...la mia simpatia va inequivocabilmente a loro...tra poco anche loro saranno faccia a faccia con l'incertezza sul futuro...e, parliamoci chiaro, al di là di alcune parole di circostanza, a nessuno glie ne fregherà assolutamente un cazzo...la produzione verrà delocalizzata, con il silenzio assenso delle istituzioni. Un ulteriore tributo al dio denaro, e un'ulteriore prova che il genere umano, al di là delle chiacchiere, non è fondamentalmente buono. Colgo l'occasione per augurare a tutti un sereno Natale, in attesa che una mutazione genetica ci renda migliori, come specie e come individui....
domenica 18 ottobre 2009
Del perchè sono necessari gli studi clinici controllati (parte terza)
Il valore di p è la probabilità che abbiamo di sbagliare se rifiutiamo l'ipotesi che non vi sia alcuna differenza tra il dispositivo della signorina Bea e, poniamo, una ciotola con la sola acqua (ai fini della prevenzione delle malattie). Convenzionalmente, un risultato si considera statisticamente significativo (e quindi depone a favore dell'efficacia di un trattamento) quando il valore di p è inferiore a 0,05.
Del perchè sono necessari gli studi clinici controllati (parte seconda)
Ora, gli studi clinici controllati servono ad affermare, con un ragionevole grado di fiducia, che il beneficio riscontrato dalla signorina Bea non è dovuto al caso.
sabato 17 ottobre 2009
Del perchè sono necessari gli studi clinici controllati (parte prima)
La signorina Bea, organista della parrocchia, aveva ottant'anni e non era mai stata sposata. La apprezzavano tutti per la sua dolcezza e i modi gentili.
In un pomeriggio di primavera il parroco andò a farle visita e lei lo fece accomodare nel suo salotto in stile vittoriano mentre gli preparava una tazza di tè. Seduto di fronte al vecchio organo il giovane prelato notò che sopra vi era posata una ciotola di vetro piena d'acqua. Incredibilmente sulla superficie galleggiava un preservativo.
Immaginate la sorpresa e la curiosità del povero prete !!
Poi rientrò la padrona di casa con tè e pasticcini e cominciarono a chiacchierare. Il parroco per un po' cercò di reprimere la sua curiosità riguardo la ciotola e quello che ci galleggiava dentro, ma ben presto non resistette più e chiese:
"Signorina Bea, che cos'è quello ?" - indicando la ciotola. "Ah, già", lei rispose "non è meraviglioso? Stavo passeggiando in centro lo scorso autunno e ho trovato una scatolina per terra. Le istruzioni dicevano di metterlo sull'organo, tenerlo bagnato e avrebbe prevenuto le malattie. E sa una cosa ? Per tutto l'inverno non ho avuto neanche un raffreddore !!!".
In un pomeriggio di primavera il parroco andò a farle visita e lei lo fece accomodare nel suo salotto in stile vittoriano mentre gli preparava una tazza di tè. Seduto di fronte al vecchio organo il giovane prelato notò che sopra vi era posata una ciotola di vetro piena d'acqua. Incredibilmente sulla superficie galleggiava un preservativo.
Immaginate la sorpresa e la curiosità del povero prete !!
Poi rientrò la padrona di casa con tè e pasticcini e cominciarono a chiacchierare. Il parroco per un po' cercò di reprimere la sua curiosità riguardo la ciotola e quello che ci galleggiava dentro, ma ben presto non resistette più e chiese:
"Signorina Bea, che cos'è quello ?" - indicando la ciotola. "Ah, già", lei rispose "non è meraviglioso? Stavo passeggiando in centro lo scorso autunno e ho trovato una scatolina per terra. Le istruzioni dicevano di metterlo sull'organo, tenerlo bagnato e avrebbe prevenuto le malattie. E sa una cosa ? Per tutto l'inverno non ho avuto neanche un raffreddore !!!".
mercoledì 7 ottobre 2009
Il consulente di gestione
Pieno di energia e di voglia di fare, di rivoluzionare, di dare la sua impronta. Mi sembrò giusto per un nuovo Direttore. Quello uscente effettivamente si era un po’ spento, come dire ? non era più tanto motivato.
Poche settimane dopo l’insediamento, il Nostro mi disse testualmente: “Io la osserverò. Voglio vedere se è veramente degna della posizione che ricopre”. Anche questo mi sembrò giusto. Dopotutto, un Direttore esiste per questo.
E a onor del vero, mi dette anche un messaggio confortante. mi disse: “Se ha dei dubbi, venga pure da me. Io sarò il suo consulente di gestione”.
Passò del tempo. Un giorno mise la testa nella stanza. Mi disse “Lei è più una mamma o un manager ? Quando i centri di ricerca non fanno i pazienti previsti, i monitor Lei li deve sgridare”.
I monitor li conoscevo bene. A parte alcuni, anziani e stanchi, che erano già stati mandati via, gli altri avevano il coltello tra i denti. Avrebbero fatto qualsiasi cosa pur di fare bella figura col management. Sgridarli sarebbe stato un insulto all’intelligenza mia e loro.
Spiegai al Direttore con pazienza: “I centri di ricerca non sono scelti dai monitor, ma da altre funzioni aziendali, sulla base di valutazioni che non hanno niente a che vedere con l’affidabilità. Se non fanno i pazienti previsti, i responsabili non sono i monitor”.
Il direttore mi guardò. Si vedeva che aveva fretta. Rispose brevemente : “Lo so, ma è un gioco delle parti”. E andò via.
Un brivido freddo mi percorse la schiena, al pensiero che magari molte aziende pullulavano di consulenti di gestione come lui.
Poche settimane dopo l’insediamento, il Nostro mi disse testualmente: “Io la osserverò. Voglio vedere se è veramente degna della posizione che ricopre”. Anche questo mi sembrò giusto. Dopotutto, un Direttore esiste per questo.
E a onor del vero, mi dette anche un messaggio confortante. mi disse: “Se ha dei dubbi, venga pure da me. Io sarò il suo consulente di gestione”.
Passò del tempo. Un giorno mise la testa nella stanza. Mi disse “Lei è più una mamma o un manager ? Quando i centri di ricerca non fanno i pazienti previsti, i monitor Lei li deve sgridare”.
I monitor li conoscevo bene. A parte alcuni, anziani e stanchi, che erano già stati mandati via, gli altri avevano il coltello tra i denti. Avrebbero fatto qualsiasi cosa pur di fare bella figura col management. Sgridarli sarebbe stato un insulto all’intelligenza mia e loro.
Spiegai al Direttore con pazienza: “I centri di ricerca non sono scelti dai monitor, ma da altre funzioni aziendali, sulla base di valutazioni che non hanno niente a che vedere con l’affidabilità. Se non fanno i pazienti previsti, i responsabili non sono i monitor”.
Il direttore mi guardò. Si vedeva che aveva fretta. Rispose brevemente : “Lo so, ma è un gioco delle parti”. E andò via.
Un brivido freddo mi percorse la schiena, al pensiero che magari molte aziende pullulavano di consulenti di gestione come lui.
venerdì 2 ottobre 2009
Tengo famiglia
Parola d’ordine: contenimento dei costi. Dovevamo tutti trovare il modo di aiutare. In questo senso, l’azienda dove lavorava mio marito offriva parecchie idee che si potevano copiare.
Per esempio, anche loro dovevano fare spesso viaggi in macchina e si servivano spesso di automobili a noleggio. Però loro avevano capito che noleggiare una “macchina di reparto” per tutto il mese costava molto meno che noleggiarne varie “a giornata”.
Avevo sul tavolo di casa numerose fatture per noleggi giornalieri già richiesti dalla mia azienda. Volevo fare vari scenari di stima dei costi. Ne sarebbe venuta fuori una slide da presentare alla riunione successiva.
Mio marito passò di lì. Disse : “Ci dev’essere un errore. La mia azienda, nei noleggi giornalieri, paga la metà di questa cifra, per una macchina di categoria superiore”.
Ci guardammo. Ipotizzammo allora che il fornitore fosse diverso, invece era lo stesso. Solo, un’agenzia differente, perché situata in un altro punto della città.
Gloriosa e trionfante, andai dal capo. Gli suggerii che bastava andare dall’agenzia che serviva l’altra azienda, o rinegoziare il prezzo con l’agenzia vicina a noi.
Mi guardò a lungo, inespressivo. Si capiva che stava cercando le parole. Finalmente disse: “Ma sì, procedi pure. Tanto, la persona che ha in mano il servizio, qui da noi, starà in azienda ancora solo pochi anni. Quanto pensi che ti potrà danneggiare ? “
(Desidero sottolineare una cosa. Disse “procedi” , non “procediamo”.)
Come Alice nel paese delle meraviglie, mi resi conto solo allora della situazione. I capi americani ci chiedevano di risparmiare. I capi italiani, di fatto, ci impedivano di farlo. Non se ne fece nulla. Tengo famiglia. Teniamo tutti famiglia….
E così, posso dire di essere un po’ corresponsabile, se le cose a un certo punto sono andate di male in peggio. Avrei dovuto alzarmi e parlar chiaro, lottare per una gestione migliore…. certo, se avessi saputo allora che mi avrebbero cacciato via comunque, magari la soddisfazione di fare il Don Chisciotte me la sarei presa…
Per esempio, anche loro dovevano fare spesso viaggi in macchina e si servivano spesso di automobili a noleggio. Però loro avevano capito che noleggiare una “macchina di reparto” per tutto il mese costava molto meno che noleggiarne varie “a giornata”.
Avevo sul tavolo di casa numerose fatture per noleggi giornalieri già richiesti dalla mia azienda. Volevo fare vari scenari di stima dei costi. Ne sarebbe venuta fuori una slide da presentare alla riunione successiva.
Mio marito passò di lì. Disse : “Ci dev’essere un errore. La mia azienda, nei noleggi giornalieri, paga la metà di questa cifra, per una macchina di categoria superiore”.
Ci guardammo. Ipotizzammo allora che il fornitore fosse diverso, invece era lo stesso. Solo, un’agenzia differente, perché situata in un altro punto della città.
Gloriosa e trionfante, andai dal capo. Gli suggerii che bastava andare dall’agenzia che serviva l’altra azienda, o rinegoziare il prezzo con l’agenzia vicina a noi.
Mi guardò a lungo, inespressivo. Si capiva che stava cercando le parole. Finalmente disse: “Ma sì, procedi pure. Tanto, la persona che ha in mano il servizio, qui da noi, starà in azienda ancora solo pochi anni. Quanto pensi che ti potrà danneggiare ? “
(Desidero sottolineare una cosa. Disse “procedi” , non “procediamo”.)
Come Alice nel paese delle meraviglie, mi resi conto solo allora della situazione. I capi americani ci chiedevano di risparmiare. I capi italiani, di fatto, ci impedivano di farlo. Non se ne fece nulla. Tengo famiglia. Teniamo tutti famiglia….
E così, posso dire di essere un po’ corresponsabile, se le cose a un certo punto sono andate di male in peggio. Avrei dovuto alzarmi e parlar chiaro, lottare per una gestione migliore…. certo, se avessi saputo allora che mi avrebbero cacciato via comunque, magari la soddisfazione di fare il Don Chisciotte me la sarei presa…
venerdì 25 settembre 2009
Totalitarismo
Avevamo una bacheca vicino alla macchinetta del caffè. Le affissioni erano di vario tipo. C'erano le comunicazioni aziendali, ovvio. Ma c'era chi vendeva la macchina, chi affittava la casa del mare per due settimane, chi pubblicizzava la boutique dell'amica, chi cercava una badante per la mamma...la realtà che supera la fantasia.
C'erano anche strips di vario tipo. Le più frequenti erano di quelle di Dilbert. Sicuramente ce l'avete presente...l'impiegato con la testa allungata e con un cane come collega....mette alla berlina le grandi "corporates" basate in USA...appena imparo come si fa, magari metto una strip qui nel blog, ma intanto potete vedervele in rete. Un umorismo molto corrosivo, ma niente di inventato...pericolosamente vicino alla realtà.
Un tempo si diceva: una risata vi seppellirà. Temo non sia sia proprio vero, ma penso che qualcuno non si sentì tranquillo, perchè un giorno trovammo un avviso che campeggiava nella bacheca deserta. Recito testualmente:
"In relazione all'uso improprio verificatosi recentemente delle bacheche aziendali si stabilisce con effetto immediato il divieto di affissione di qualsivoglia comunicazione su detti spazi che, si ribadisce, sono di proprietà aziendale e finalizzati esclusivamente a comunicazioni di natura aziendale. Chiunque avesse specifiche ragioni per utilizzare detti spazi dovrà rivolgersi, preventivamente, alla direzione dei Servizi Generali per l'autorizzazione. L'azienda si riserva in ogni caso il diritto senza alcun preavviso di rimuovere qualunque comunicazione anche se preventivamente autorizzata."
Scripta volant, insomma. Niente più auto in vendita, case al mare in affitto, ma soprattutto niente più strips qualsivoglia!
Così il povero Dilbert se ne dovette andare...e dopo molto peregrinare, ha trovato il suo angolo qui. In quest'angolo Dilbert potrà rifocillarsi, e prepararsi, quando sarà il momento, ad abitare bacheche di altre aziende, dove si riterrà che la massima ricchezza venga dalla biodiversità dei punti di vista.
C'erano anche strips di vario tipo. Le più frequenti erano di quelle di Dilbert. Sicuramente ce l'avete presente...l'impiegato con la testa allungata e con un cane come collega....mette alla berlina le grandi "corporates" basate in USA...appena imparo come si fa, magari metto una strip qui nel blog, ma intanto potete vedervele in rete. Un umorismo molto corrosivo, ma niente di inventato...pericolosamente vicino alla realtà.
Un tempo si diceva: una risata vi seppellirà. Temo non sia sia proprio vero, ma penso che qualcuno non si sentì tranquillo, perchè un giorno trovammo un avviso che campeggiava nella bacheca deserta. Recito testualmente:
"In relazione all'uso improprio verificatosi recentemente delle bacheche aziendali si stabilisce con effetto immediato il divieto di affissione di qualsivoglia comunicazione su detti spazi che, si ribadisce, sono di proprietà aziendale e finalizzati esclusivamente a comunicazioni di natura aziendale. Chiunque avesse specifiche ragioni per utilizzare detti spazi dovrà rivolgersi, preventivamente, alla direzione dei Servizi Generali per l'autorizzazione. L'azienda si riserva in ogni caso il diritto senza alcun preavviso di rimuovere qualunque comunicazione anche se preventivamente autorizzata."
Scripta volant, insomma. Niente più auto in vendita, case al mare in affitto, ma soprattutto niente più strips qualsivoglia!
Così il povero Dilbert se ne dovette andare...e dopo molto peregrinare, ha trovato il suo angolo qui. In quest'angolo Dilbert potrà rifocillarsi, e prepararsi, quando sarà il momento, ad abitare bacheche di altre aziende, dove si riterrà che la massima ricchezza venga dalla biodiversità dei punti di vista.
mercoledì 16 settembre 2009
La cessione di ramo d'azienda
Prima della sua tragica fine, il giuslavorista Biagi lavorò molto. Si occupò, per esempio, dei contratti a progetto e della cessione di ramo d’azienda.
Sono sicura che lo fece con le migliori intenzioni. ..immagino non potesse prevedere come questi strumenti sarebbero stati usati da persone in malafede…
Mi riferisco qui in particolare alla cessione di ramo d’azienda.
Un bel giorno, nella società dove lavoravo, l’intera Forza Vendite di una Business Unit venne ceduta a una società contenitore.
Per convincere i circa 150 informatori medico-scientifici a transitare senza fare storie venne dato loro il solito incentivo economico.
I sindacati dettero ampie rassicurazioni agli informatori, e la casa madre della filiale italiana, per agevolare la transazione, versò alla società contenitore, mi dicono, ben 16 milioni di euro.
Con 16 milioni di euro c’era di che pagare un bel po’ di stipendi…forse si poteva addirittura, indebitandosi, comprare un prodotto da promuovere ? perché purtroppo la società che aveva ceduto gli informatori non aveva ceduto alcun prodotto…mi immaginavo gli informatori che giravano su e giù per l’Italia, informando i medici sul Nulla.
Pochi mesi dopo, la società contenitore dichiarò fallimento, mandando in cassa integrazione i 150 informatori. Si sta ancora cercando di capire dove siano finiti i 16 milioni di euro. Voi pensate che verranno ritrovati ?
I manager della società contenitore sono in galera, e ipotizzo che appena usciranno, andranno a godersi il frutto della loro rapina….
Gli informatori cassaintegrati hanno aperto un blog…mi hanno colpito in particolare due degli pseudonimi usati…uno è “Aspide”, l’altro è “Hulk”…..
Sono sicura che lo fece con le migliori intenzioni. ..immagino non potesse prevedere come questi strumenti sarebbero stati usati da persone in malafede…
Mi riferisco qui in particolare alla cessione di ramo d’azienda.
Un bel giorno, nella società dove lavoravo, l’intera Forza Vendite di una Business Unit venne ceduta a una società contenitore.
Per convincere i circa 150 informatori medico-scientifici a transitare senza fare storie venne dato loro il solito incentivo economico.
I sindacati dettero ampie rassicurazioni agli informatori, e la casa madre della filiale italiana, per agevolare la transazione, versò alla società contenitore, mi dicono, ben 16 milioni di euro.
Con 16 milioni di euro c’era di che pagare un bel po’ di stipendi…forse si poteva addirittura, indebitandosi, comprare un prodotto da promuovere ? perché purtroppo la società che aveva ceduto gli informatori non aveva ceduto alcun prodotto…mi immaginavo gli informatori che giravano su e giù per l’Italia, informando i medici sul Nulla.
Pochi mesi dopo, la società contenitore dichiarò fallimento, mandando in cassa integrazione i 150 informatori. Si sta ancora cercando di capire dove siano finiti i 16 milioni di euro. Voi pensate che verranno ritrovati ?
I manager della società contenitore sono in galera, e ipotizzo che appena usciranno, andranno a godersi il frutto della loro rapina….
Gli informatori cassaintegrati hanno aperto un blog…mi hanno colpito in particolare due degli pseudonimi usati…uno è “Aspide”, l’altro è “Hulk”…..
sabato 12 settembre 2009
Mobbing
Un giorno, del tutto inopinatamente, riorganizzarono alcune funzioni aziendali e a seguito di ciò una mia collega, che chiameremo A., si trovò a riportare ad un’altra collega, fino ad allora sua pari, che chiameremo B.
Fin qui niente di strano, succede tutti i giorni. E' il resto che forse merita un minimo di attenzione.
Dunque: B. è sempre stata una vera signora.
Spesso un ciondolo di Bulgari al collo. Domicilio in una delle zone più esclusive della città. Modi raffinati, mai una parola fuori posto.
Immaginate dunque la mia costernazione quando, passando in corridoio, sentii B. che urlava con A. Urlava istericamente! come una donna del popolo! come una donna del mercato! come una lavandaia! rimproverando A. per un lavoro svolto, a suo dire, in modo inaccettabile....
In tanti anni di lavoro in quell’azienda, era la prima volta che la sentivo urlare.
Non so quanto durò il cazziatone, perché mi allontanai rapidamente.
Contestualmente, incominciai a notare una deflessione nell’umore di B. Dopo un po’ le dissi: “è un po’ che non ti vedo più sorridere”. Mi rispose: “sei un’acuta osservatrice. Il fatto è che mi è morto il cane”.
Poco dopo, licenziarono A. all’improvviso, per necessità di ridimensionamento dell’organico. Le offrirono la solita cifra in cambio della rinuncia a fare causa all’azienda, e non la vedemmo mai più.
Poco dopo, come forse avete già letto, toccò a me. Io però gironzolai ancora un po’ nei paraggi dell’azienda. Incontrai un collega che era stato riporto diretto di A, poi era passato a riporto diretto di B ( e che adesso è fuori anche lui, ma questa è un’altra storia ). Seppi da lui le ragioni della propensione a strillare, ed anche dell’umore depresso, della signora col ciondolo di Bulgari…era stata costretta dal direttore, pena chissà quali ritorsioni, a rendere la vita impossibile alla povera A, nella speranza che desse le dimissioni, facendo risparmiare all'azienda la famosa cifra "pacificatrice". Aveva eseguito gli ordini, ma a prezzo della gioia di vivere….
Fin qui niente di strano, succede tutti i giorni. E' il resto che forse merita un minimo di attenzione.
Dunque: B. è sempre stata una vera signora.
Spesso un ciondolo di Bulgari al collo. Domicilio in una delle zone più esclusive della città. Modi raffinati, mai una parola fuori posto.
Immaginate dunque la mia costernazione quando, passando in corridoio, sentii B. che urlava con A. Urlava istericamente! come una donna del popolo! come una donna del mercato! come una lavandaia! rimproverando A. per un lavoro svolto, a suo dire, in modo inaccettabile....
In tanti anni di lavoro in quell’azienda, era la prima volta che la sentivo urlare.
Non so quanto durò il cazziatone, perché mi allontanai rapidamente.
Contestualmente, incominciai a notare una deflessione nell’umore di B. Dopo un po’ le dissi: “è un po’ che non ti vedo più sorridere”. Mi rispose: “sei un’acuta osservatrice. Il fatto è che mi è morto il cane”.
Poco dopo, licenziarono A. all’improvviso, per necessità di ridimensionamento dell’organico. Le offrirono la solita cifra in cambio della rinuncia a fare causa all’azienda, e non la vedemmo mai più.
Poco dopo, come forse avete già letto, toccò a me. Io però gironzolai ancora un po’ nei paraggi dell’azienda. Incontrai un collega che era stato riporto diretto di A, poi era passato a riporto diretto di B ( e che adesso è fuori anche lui, ma questa è un’altra storia ). Seppi da lui le ragioni della propensione a strillare, ed anche dell’umore depresso, della signora col ciondolo di Bulgari…era stata costretta dal direttore, pena chissà quali ritorsioni, a rendere la vita impossibile alla povera A, nella speranza che desse le dimissioni, facendo risparmiare all'azienda la famosa cifra "pacificatrice". Aveva eseguito gli ordini, ma a prezzo della gioia di vivere….
giovedì 10 settembre 2009
La fusione
“Che cos’è una fusione ? Una fusione è il conflitto di due sistemi di potere atto a crearne un terzo, realizzata per finalità finanziarie. E’ concepita per creare valore, ma la creazione di valore è un concetto buono per gli azionisti, non per gli esseri umani che lavorano nelle aziende, per i quali una fusione è, al contrario, il trauma lavorativo più violento che possa essere loro inflitto …. poiché tutti sanno che l’unica garanzia concreta per creare valore sui mercati è la riduzione dei costi aziendali, e le riduzioni dei costi sono realizzate all’80% con tagli al personale. Il risultato più comune durante le fusioni è che una grande quantità di ottimi elementi lascia volontariamente il proprio incarico, prima ancora che la fusione sia compiuta; cosa che viene, in modo miope, considerata con favore, in quanto alleggerisce la successiva azione di taglio al personale, ma che invece rappresenta una perdita secca. Perché gli uomini e le donne che se ne vanno si portano dietro le proprie conoscenze e le proprie capacità tecniche, e a fronte del valore virtuale creato sul mercato, il risultato reale è uno spaventoso impoverimento. Ecco perché non si è ancora vista una sola grande fusione che non sia fallita, porca della madonna,nel giro di un anno o due” .
Così scrive Sandro Veronesi in “Caos Calmo”, finito di stampare nel maggio 2007.
Il 22 gennaio 2003, il direttore mondiale della ricerca dell’azienda dove lavoravo era … già d’accordo con Sandro Veronesi, infatti disse (e furono le sue esatte parole) “…the mega mergers are running out of steam”.
Lo disse in occasione di un incontro con i dipendenti, avvenuto durante una sua visita alla sede italiana.
Di conseguenza, quando, nel marzo del 2008, seppi che la mia ex azienda stava facendo una fusione, pensai subito che il direttore mondiale della ricerca avesse dato le dimissioni, per disaccordo con la strategia.
Immaginate la mia sorpresa: gli ex colleghi mi dicono che lui è ancora al suo posto.
Trattandosi di un orientale, pensavo che avrebbe avuto più a cuore la sua faccia…..
Ma riflettendo meglio ….forse lui conta sul fatto che le persone presenti a quel suo incontro con i dipendenti siano già tutte fuori…..ora che ci penso, anche la sede dell’incontro è stata dismessa…..
Così scrive Sandro Veronesi in “Caos Calmo”, finito di stampare nel maggio 2007.
Il 22 gennaio 2003, il direttore mondiale della ricerca dell’azienda dove lavoravo era … già d’accordo con Sandro Veronesi, infatti disse (e furono le sue esatte parole) “…the mega mergers are running out of steam”.
Lo disse in occasione di un incontro con i dipendenti, avvenuto durante una sua visita alla sede italiana.
Di conseguenza, quando, nel marzo del 2008, seppi che la mia ex azienda stava facendo una fusione, pensai subito che il direttore mondiale della ricerca avesse dato le dimissioni, per disaccordo con la strategia.
Immaginate la mia sorpresa: gli ex colleghi mi dicono che lui è ancora al suo posto.
Trattandosi di un orientale, pensavo che avrebbe avuto più a cuore la sua faccia…..
Ma riflettendo meglio ….forse lui conta sul fatto che le persone presenti a quel suo incontro con i dipendenti siano già tutte fuori…..ora che ci penso, anche la sede dell’incontro è stata dismessa…..
mercoledì 29 luglio 2009
L. disimpara a vivere
Il miglior capo che si potesse desiderare. Vero, non sempre disponibile ad esporsi per i propri sottoposti. Pescato a dire parecchie bugie. Talvolta irrispettoso, sia pure con una certa bonomia. Ma lasciava trasparire un affetto sincero. Una specie di padre, alla fine.
Eppure, alcuni elementi discordavano con questa ipotesi. Alcune persone che avevano lasciato l’azienda mi erano venute a dire: con me, si è comportato in modo indecente. Sostanzialmente, promesse non mantenute, ma anche una certa attitudine a mettere zizzania. Concedevo il beneficio del dubbio. Dopotutto, prima di giudicare, bisognerebbe sentire entrambe le campane. E poi, possibilmente, non giudicare lo stesso.
Un bel giorno i nostri capi d’oltreoceano decisero che avevano delegato troppo potere alle affiliate. Decisero che il reparto di ricerca clinica, diciamo, della Tailandia, doveva avere le stesse figure professionali, gli stessi “job roles”, del reparto di ricerca clinica, diciamo, dell’Italia. Potevo capirlo. In questo modo si potevano paragonare meglio i vari paesi tra loro, si poteva capire dove investire e dove no.
Contestualmente, veniva richiesto a tutti un sostanziale aumento di produttività.
Da noi si rese necessario un rimaneggiamento generale. Io ero la responsabile del servizio di monitoraggio degli studi clinici. Proprio allora Casa Madre aveva espresso l’intenzione di far trasferire tutti i monitor, ognuno in una regione d’ Italia, per risparmiare sulle spese delle visite di monitoraggio. Non una cosa simpatica, se ci si pensa bene, sradicare i propri dipendenti dai loro affetti e dalle loro amicizie, soprattutto in considerazione del fatto che su certe altre spese, ben più sostanziali, si continuava imperterriti a non risparmiare….
La responsabile dell’amministrazione dette le dimissioni proprio allora. Il capo mi chiamò e mi disse: ti do il reparto dell’amministrazione. In questo modo al posto tuo possiamo mettere due giovani. Gli operativi diminuiscono di due unità, quindi la loro produttività pro capite sale. Senza contare che due persone in meno rischiano il trasferimento.
Mi sembrò un ragionamento corretto, anche se era bestialmente svantaggioso per me. Con il terrore nel cuore, obbedii. Ho una laurea in medicina. Conosco bene l’inglese. Ma i bilanci, preventivi o consuntivi che siano, non sono cosa mia. Mi vedevo chieder conto dell’operato di persone mille volte più esperte di me, e ostili, perché sicuramente sarei loro apparsa come l’usurpatrice, l’intrusa. Ma mi dissi: saprà quello che fa. Dopotutto sono qui per l’azienda, non per soddisfare il mio narcisismo.
Il giorno dopo, affittarono due nuovi monitor da un’organizzazione di ricerca clinica a contratto, con buona pace della produttività pro capite. Il beneamato aveva mentito, probabilmente al solo scopo di evitare seccature nell’immediato, o forse per il piacere compulsivo di mentire, non lo saprò mai più.
Ebbi la tentazione di andare a chiedergli se qualcosa non era andato bene nel mio modo di gestire il lavoro, ma mi trattenni. Non era oltremodo stupido tentare di comunicare ancora con una persona del genere ?
Un giorno ci ritrovammo insieme in una piccola riunione, il capo, io e uno dei due giovani neopromossi. Una persona che avevo sempre stimato, per le sue qualità umane prima che professionali.
Mi venne d’impulso, non potei farci niente. Gli indicai il nostro capo e gli dissi: ricordati quello che ti dico: qualunque cosa accada, di lui non ti fidare mai. Mai, in nessun caso.
Eppure, alcuni elementi discordavano con questa ipotesi. Alcune persone che avevano lasciato l’azienda mi erano venute a dire: con me, si è comportato in modo indecente. Sostanzialmente, promesse non mantenute, ma anche una certa attitudine a mettere zizzania. Concedevo il beneficio del dubbio. Dopotutto, prima di giudicare, bisognerebbe sentire entrambe le campane. E poi, possibilmente, non giudicare lo stesso.
Un bel giorno i nostri capi d’oltreoceano decisero che avevano delegato troppo potere alle affiliate. Decisero che il reparto di ricerca clinica, diciamo, della Tailandia, doveva avere le stesse figure professionali, gli stessi “job roles”, del reparto di ricerca clinica, diciamo, dell’Italia. Potevo capirlo. In questo modo si potevano paragonare meglio i vari paesi tra loro, si poteva capire dove investire e dove no.
Contestualmente, veniva richiesto a tutti un sostanziale aumento di produttività.
Da noi si rese necessario un rimaneggiamento generale. Io ero la responsabile del servizio di monitoraggio degli studi clinici. Proprio allora Casa Madre aveva espresso l’intenzione di far trasferire tutti i monitor, ognuno in una regione d’ Italia, per risparmiare sulle spese delle visite di monitoraggio. Non una cosa simpatica, se ci si pensa bene, sradicare i propri dipendenti dai loro affetti e dalle loro amicizie, soprattutto in considerazione del fatto che su certe altre spese, ben più sostanziali, si continuava imperterriti a non risparmiare….
La responsabile dell’amministrazione dette le dimissioni proprio allora. Il capo mi chiamò e mi disse: ti do il reparto dell’amministrazione. In questo modo al posto tuo possiamo mettere due giovani. Gli operativi diminuiscono di due unità, quindi la loro produttività pro capite sale. Senza contare che due persone in meno rischiano il trasferimento.
Mi sembrò un ragionamento corretto, anche se era bestialmente svantaggioso per me. Con il terrore nel cuore, obbedii. Ho una laurea in medicina. Conosco bene l’inglese. Ma i bilanci, preventivi o consuntivi che siano, non sono cosa mia. Mi vedevo chieder conto dell’operato di persone mille volte più esperte di me, e ostili, perché sicuramente sarei loro apparsa come l’usurpatrice, l’intrusa. Ma mi dissi: saprà quello che fa. Dopotutto sono qui per l’azienda, non per soddisfare il mio narcisismo.
Il giorno dopo, affittarono due nuovi monitor da un’organizzazione di ricerca clinica a contratto, con buona pace della produttività pro capite. Il beneamato aveva mentito, probabilmente al solo scopo di evitare seccature nell’immediato, o forse per il piacere compulsivo di mentire, non lo saprò mai più.
Ebbi la tentazione di andare a chiedergli se qualcosa non era andato bene nel mio modo di gestire il lavoro, ma mi trattenni. Non era oltremodo stupido tentare di comunicare ancora con una persona del genere ?
Un giorno ci ritrovammo insieme in una piccola riunione, il capo, io e uno dei due giovani neopromossi. Una persona che avevo sempre stimato, per le sue qualità umane prima che professionali.
Mi venne d’impulso, non potei farci niente. Gli indicai il nostro capo e gli dissi: ricordati quello che ti dico: qualunque cosa accada, di lui non ti fidare mai. Mai, in nessun caso.
sabato 18 luglio 2009
Sacrifici umani
“Develop a lean and flexible cost structure” recitava l’obbiettivo aziendale. Sapevamo tutti che questo avrebbe significato tagli al personale. Poco importava che poi si sarebbe dovuti ricorrere a delle costose società di servizi. Gli analisti finanziari avevano parlato chiaro: il farmaceutico è un settore ad alto rischio. Molti farmaci sperimentali non raggiungono il mercato. La forza lavoro deve potersi espandere o contrarre a seconda del numero di farmaci in sperimentazione. Solo così si potrà avere un adeguato ritorno sull’investimento.
Il responsabile di reparto disse che sarebbero stati necessari dei sacrifici. Sacrifici. Da sacro. Sac=radice indoeuropea che significa: destinato agli dei. Nel nostro caso, al dio denaro.
Fu così che un bel giorno mi chiamarono e mi dettero una lettera. Diceva:
“Come Le è noto, la nostra Società versa attualmente in uno stato di grave crisi aziendale che tocca tutti i settori produttivi e che rende inevitabile una generale organizzazione, orientata a una indilazionabile riduzione dei costi.
Nell’ambito di tale riconosciuto stato di crisi aziendale, si rende indispensabile una complessiva ristrutturazione degli organici ed, in particolare, una diversa organizzazione delle attività della direzione medica, e della ricerca clinica in particolare, che prevede anche la esternalizzazione di alcuni servizi.
Alla luce di quanto sopra siamo spiacenti di doverle comunicare che la sua posizione viene soppressa.
Pertanto, non essendo Ella ricollocabile in azienda in altra posizione, con rincrescimento Le notifichiamo che il rapporto di lavoro con Lei intercorrente cessa con effetto immediato, oggi 26 maggio 2008.
L’obbligo del relativo preavviso Le sarà liquidato unitamente alle competenze di fine rapporto.”
Mi fecero capire subito che non si poteva negoziare. Ero dirigente. Il mio contratto prevedeva che ci si potesse disfare di me dall’oggi al domani.
Non che non me lo aspettassi, ma ci rimasi ugualmente male. Quella azienda era stata vent’anni della mia vita. L’avevo amata quanto una famiglia. Lo so che non è sano, ma era andata così. D’altra parte nessuno è perfetto…
Il direttore era seduto davanti a me, ieratico, severo. Me lo immaginavo vestito come un sacerdote azteco, adorno di piume colorate, nell’atto di estrarre il cuore da una persona viva. Con quei lineamenti sottili ed affilati, sarebbe stato proprio adatto a recitare un personaggio del genere.
L’omino della Direzione del Personale mi disse che, se avessi rinunciato per iscritto ad ogni rivendicazione di tipo causidico (lo so che non è italiano ma lui disse proprio così), era disponibile per me una cifra aggiuntiva.
Dopo alcuni giorni di indecisione, firmai la rinuncia. La cifra aggiuntiva comparve nell’ultimo cedolino che mi dettero.
Fu lì che individuai un’ironia involontaria, o una beffa estrema, o un’ipocrisia intollerabile, a seconda dei momenti della giornata:
la cifra aggiuntiva compariva sotto la voce: incentivazione all’esodo.
Il responsabile di reparto disse che sarebbero stati necessari dei sacrifici. Sacrifici. Da sacro. Sac=radice indoeuropea che significa: destinato agli dei. Nel nostro caso, al dio denaro.
Fu così che un bel giorno mi chiamarono e mi dettero una lettera. Diceva:
“Come Le è noto, la nostra Società versa attualmente in uno stato di grave crisi aziendale che tocca tutti i settori produttivi e che rende inevitabile una generale organizzazione, orientata a una indilazionabile riduzione dei costi.
Nell’ambito di tale riconosciuto stato di crisi aziendale, si rende indispensabile una complessiva ristrutturazione degli organici ed, in particolare, una diversa organizzazione delle attività della direzione medica, e della ricerca clinica in particolare, che prevede anche la esternalizzazione di alcuni servizi.
Alla luce di quanto sopra siamo spiacenti di doverle comunicare che la sua posizione viene soppressa.
Pertanto, non essendo Ella ricollocabile in azienda in altra posizione, con rincrescimento Le notifichiamo che il rapporto di lavoro con Lei intercorrente cessa con effetto immediato, oggi 26 maggio 2008.
L’obbligo del relativo preavviso Le sarà liquidato unitamente alle competenze di fine rapporto.”
Mi fecero capire subito che non si poteva negoziare. Ero dirigente. Il mio contratto prevedeva che ci si potesse disfare di me dall’oggi al domani.
Non che non me lo aspettassi, ma ci rimasi ugualmente male. Quella azienda era stata vent’anni della mia vita. L’avevo amata quanto una famiglia. Lo so che non è sano, ma era andata così. D’altra parte nessuno è perfetto…
Il direttore era seduto davanti a me, ieratico, severo. Me lo immaginavo vestito come un sacerdote azteco, adorno di piume colorate, nell’atto di estrarre il cuore da una persona viva. Con quei lineamenti sottili ed affilati, sarebbe stato proprio adatto a recitare un personaggio del genere.
L’omino della Direzione del Personale mi disse che, se avessi rinunciato per iscritto ad ogni rivendicazione di tipo causidico (lo so che non è italiano ma lui disse proprio così), era disponibile per me una cifra aggiuntiva.
Dopo alcuni giorni di indecisione, firmai la rinuncia. La cifra aggiuntiva comparve nell’ultimo cedolino che mi dettero.
Fu lì che individuai un’ironia involontaria, o una beffa estrema, o un’ipocrisia intollerabile, a seconda dei momenti della giornata:
la cifra aggiuntiva compariva sotto la voce: incentivazione all’esodo.
sabato 4 luglio 2009
La fragola più dolce (finale alternativo)
Un uomo che camminava per un campo si imbattè in una tigre. Si mise a correre, tallonato dalla tigre. Giunto a un precipizio, si afferò alla radice di una vite selvatica e si lasciò penzolare oltre l’orlo. La tigre lo fiutava dall’alto. Tremando, l’uomo guardò giù, dove, in fondo all’abisso, un’altra tigre lo aspettava per divorarlo. Soltanto la vite lo reggeva. Due topini, uno bianco e uno nero, cominciarono a rosicchiare pian piano la vite. L’uomo scorse accanto a sé una bellissima fragola. Afferrandosi alla vite con una mano sola, con l’altra spiccò la fragola.
La mise in bocca. Solo allora si rese conto che i suoi sensi alterati dal terrore gli avevano fatto vedere una fragola dove c’era una bacca amarognola, forse dannosa per la salute.
Mentre precipitava, capì che comunque i conti col destino erano pari. Aveva avuto la fragola più dolce: era l’aspettativa della fragola.
La mise in bocca. Solo allora si rese conto che i suoi sensi alterati dal terrore gli avevano fatto vedere una fragola dove c’era una bacca amarognola, forse dannosa per la salute.
Mentre precipitava, capì che comunque i conti col destino erano pari. Aveva avuto la fragola più dolce: era l’aspettativa della fragola.
La bicicletta
Quando ci trasferirono in una sede distaccata, ci parlarono entusiasticamente della pista ciclabile che passava proprio lì vicino. Al principio non ci badai. Ma il lavoro si faceva sempre più impegnativo, e stare seduta così a lungo indubbiamente non mi faceva bene alla circolazione. Così incominciai ad accarezzare l'idea di comperarmi una bicicletta da tenere in ufficio, per potermi fare una pedalata ogni tanto durante la pausa pranzo.
Ne scelsi una bianca e verde che mi piaceva molto. La incatenai a un albero vicino al posto auto scoperto che mi era stato assegnato.
Poi però pensai che se ci fosse piovuto sopra, presto si sarebbe riempita di ruggine. Allora me la portai in stanza. Avevo una stanza tutta per me e quindi secondo me la bicicletta non avrebbe dato fastidio a nessuno.
Ma mi sbagliavo. Il nuovo direttore, giovane, dinamico, pieno di senso dell'umorismo, mi faceva una battutina ogni volta che passava di lì.
All'inizio mi facevo una risata, poi cominciai a capire che con tutta la gioventù, il dinamismo e il senso dell'umorismo, quella bicicletta parcheggiata in stanza lui proprio non la sopportava. Non capivo perchè. Un professionista andrebbe giudicato dai risultati, non dalle biciclette. La mia bicicletta non sporcava e non puzzava. Più di un collega me la prendeva in prestito per sgranchirsi le gambe e fare un giro. Eppure veniva considerata lesiva dell'immagine del reparto. Decisi di resistere: la bicicletta rimaneva lì. Resistetti per mesi. Finchè un bel giorno, il direttore disse davanti a molte persone: da una che tiene la bicicletta nella sua stanza d'ufficio ci si può aspettare di tutto.
Erano cominciati i tagli al personale, e non me la sentii di insistere. Riportai la bicicletta all'aperto e la incatenai nuovamente all'albero.
Passò un mese. Il direttore mise la testa nella stanza. Disse: mi sento in colpa, la bicicletta si può arruginire. Perchè non la metti sotto al cavalcavia, dove parcheggio la macchina io ? almeno sarà al riparo dalla pioggia.
Mi sentii gratificata dalla sua attenzione e decisi di seguire il suo consiglio. Quella sera stessa incatenai la bicicletta sotto al cavalcavia, in un posticino dove nessuno parcheggiava auto. Per un po' non ebbi occasione di prenderla e quasi me ne dimenticai.
Quando andai a riprenderla, la trovai glassata di guano di piccione.
La portai a casa, la misi nella vasca da bagno, e la lavai amorevolmente. E poi decisi di rinunciare all'idea. Ma la vicenda mi sembrò foriera di cattivi auspici....
Ne scelsi una bianca e verde che mi piaceva molto. La incatenai a un albero vicino al posto auto scoperto che mi era stato assegnato.
Poi però pensai che se ci fosse piovuto sopra, presto si sarebbe riempita di ruggine. Allora me la portai in stanza. Avevo una stanza tutta per me e quindi secondo me la bicicletta non avrebbe dato fastidio a nessuno.
Ma mi sbagliavo. Il nuovo direttore, giovane, dinamico, pieno di senso dell'umorismo, mi faceva una battutina ogni volta che passava di lì.
All'inizio mi facevo una risata, poi cominciai a capire che con tutta la gioventù, il dinamismo e il senso dell'umorismo, quella bicicletta parcheggiata in stanza lui proprio non la sopportava. Non capivo perchè. Un professionista andrebbe giudicato dai risultati, non dalle biciclette. La mia bicicletta non sporcava e non puzzava. Più di un collega me la prendeva in prestito per sgranchirsi le gambe e fare un giro. Eppure veniva considerata lesiva dell'immagine del reparto. Decisi di resistere: la bicicletta rimaneva lì. Resistetti per mesi. Finchè un bel giorno, il direttore disse davanti a molte persone: da una che tiene la bicicletta nella sua stanza d'ufficio ci si può aspettare di tutto.
Erano cominciati i tagli al personale, e non me la sentii di insistere. Riportai la bicicletta all'aperto e la incatenai nuovamente all'albero.
Passò un mese. Il direttore mise la testa nella stanza. Disse: mi sento in colpa, la bicicletta si può arruginire. Perchè non la metti sotto al cavalcavia, dove parcheggio la macchina io ? almeno sarà al riparo dalla pioggia.
Mi sentii gratificata dalla sua attenzione e decisi di seguire il suo consiglio. Quella sera stessa incatenai la bicicletta sotto al cavalcavia, in un posticino dove nessuno parcheggiava auto. Per un po' non ebbi occasione di prenderla e quasi me ne dimenticai.
Quando andai a riprenderla, la trovai glassata di guano di piccione.
La portai a casa, la misi nella vasca da bagno, e la lavai amorevolmente. E poi decisi di rinunciare all'idea. Ma la vicenda mi sembrò foriera di cattivi auspici....
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