“Develop a lean and flexible cost structure” recitava l’obbiettivo aziendale. Sapevamo tutti che questo avrebbe significato tagli al personale. Poco importava che poi si sarebbe dovuti ricorrere a delle costose società di servizi. Gli analisti finanziari avevano parlato chiaro: il farmaceutico è un settore ad alto rischio. Molti farmaci sperimentali non raggiungono il mercato. La forza lavoro deve potersi espandere o contrarre a seconda del numero di farmaci in sperimentazione. Solo così si potrà avere un adeguato ritorno sull’investimento.
Il responsabile di reparto disse che sarebbero stati necessari dei sacrifici. Sacrifici. Da sacro. Sac=radice indoeuropea che significa: destinato agli dei. Nel nostro caso, al dio denaro.
Fu così che un bel giorno mi chiamarono e mi dettero una lettera. Diceva:
“Come Le è noto, la nostra Società versa attualmente in uno stato di grave crisi aziendale che tocca tutti i settori produttivi e che rende inevitabile una generale organizzazione, orientata a una indilazionabile riduzione dei costi.
Nell’ambito di tale riconosciuto stato di crisi aziendale, si rende indispensabile una complessiva ristrutturazione degli organici ed, in particolare, una diversa organizzazione delle attività della direzione medica, e della ricerca clinica in particolare, che prevede anche la esternalizzazione di alcuni servizi.
Alla luce di quanto sopra siamo spiacenti di doverle comunicare che la sua posizione viene soppressa.
Pertanto, non essendo Ella ricollocabile in azienda in altra posizione, con rincrescimento Le notifichiamo che il rapporto di lavoro con Lei intercorrente cessa con effetto immediato, oggi 26 maggio 2008.
L’obbligo del relativo preavviso Le sarà liquidato unitamente alle competenze di fine rapporto.”
Mi fecero capire subito che non si poteva negoziare. Ero dirigente. Il mio contratto prevedeva che ci si potesse disfare di me dall’oggi al domani.
Non che non me lo aspettassi, ma ci rimasi ugualmente male. Quella azienda era stata vent’anni della mia vita. L’avevo amata quanto una famiglia. Lo so che non è sano, ma era andata così. D’altra parte nessuno è perfetto…
Il direttore era seduto davanti a me, ieratico, severo. Me lo immaginavo vestito come un sacerdote azteco, adorno di piume colorate, nell’atto di estrarre il cuore da una persona viva. Con quei lineamenti sottili ed affilati, sarebbe stato proprio adatto a recitare un personaggio del genere.
L’omino della Direzione del Personale mi disse che, se avessi rinunciato per iscritto ad ogni rivendicazione di tipo causidico (lo so che non è italiano ma lui disse proprio così), era disponibile per me una cifra aggiuntiva.
Dopo alcuni giorni di indecisione, firmai la rinuncia. La cifra aggiuntiva comparve nell’ultimo cedolino che mi dettero.
Fu lì che individuai un’ironia involontaria, o una beffa estrema, o un’ipocrisia intollerabile, a seconda dei momenti della giornata:
la cifra aggiuntiva compariva sotto la voce: incentivazione all’esodo.
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