Il miglior capo che si potesse desiderare. Vero, non sempre disponibile ad esporsi per i propri sottoposti. Pescato a dire parecchie bugie. Talvolta irrispettoso, sia pure con una certa bonomia. Ma lasciava trasparire un affetto sincero. Una specie di padre, alla fine.
Eppure, alcuni elementi discordavano con questa ipotesi. Alcune persone che avevano lasciato l’azienda mi erano venute a dire: con me, si è comportato in modo indecente. Sostanzialmente, promesse non mantenute, ma anche una certa attitudine a mettere zizzania. Concedevo il beneficio del dubbio. Dopotutto, prima di giudicare, bisognerebbe sentire entrambe le campane. E poi, possibilmente, non giudicare lo stesso.
Un bel giorno i nostri capi d’oltreoceano decisero che avevano delegato troppo potere alle affiliate. Decisero che il reparto di ricerca clinica, diciamo, della Tailandia, doveva avere le stesse figure professionali, gli stessi “job roles”, del reparto di ricerca clinica, diciamo, dell’Italia. Potevo capirlo. In questo modo si potevano paragonare meglio i vari paesi tra loro, si poteva capire dove investire e dove no.
Contestualmente, veniva richiesto a tutti un sostanziale aumento di produttività.
Da noi si rese necessario un rimaneggiamento generale. Io ero la responsabile del servizio di monitoraggio degli studi clinici. Proprio allora Casa Madre aveva espresso l’intenzione di far trasferire tutti i monitor, ognuno in una regione d’ Italia, per risparmiare sulle spese delle visite di monitoraggio. Non una cosa simpatica, se ci si pensa bene, sradicare i propri dipendenti dai loro affetti e dalle loro amicizie, soprattutto in considerazione del fatto che su certe altre spese, ben più sostanziali, si continuava imperterriti a non risparmiare….
La responsabile dell’amministrazione dette le dimissioni proprio allora. Il capo mi chiamò e mi disse: ti do il reparto dell’amministrazione. In questo modo al posto tuo possiamo mettere due giovani. Gli operativi diminuiscono di due unità, quindi la loro produttività pro capite sale. Senza contare che due persone in meno rischiano il trasferimento.
Mi sembrò un ragionamento corretto, anche se era bestialmente svantaggioso per me. Con il terrore nel cuore, obbedii. Ho una laurea in medicina. Conosco bene l’inglese. Ma i bilanci, preventivi o consuntivi che siano, non sono cosa mia. Mi vedevo chieder conto dell’operato di persone mille volte più esperte di me, e ostili, perché sicuramente sarei loro apparsa come l’usurpatrice, l’intrusa. Ma mi dissi: saprà quello che fa. Dopotutto sono qui per l’azienda, non per soddisfare il mio narcisismo.
Il giorno dopo, affittarono due nuovi monitor da un’organizzazione di ricerca clinica a contratto, con buona pace della produttività pro capite. Il beneamato aveva mentito, probabilmente al solo scopo di evitare seccature nell’immediato, o forse per il piacere compulsivo di mentire, non lo saprò mai più.
Ebbi la tentazione di andare a chiedergli se qualcosa non era andato bene nel mio modo di gestire il lavoro, ma mi trattenni. Non era oltremodo stupido tentare di comunicare ancora con una persona del genere ?
Un giorno ci ritrovammo insieme in una piccola riunione, il capo, io e uno dei due giovani neopromossi. Una persona che avevo sempre stimato, per le sue qualità umane prima che professionali.
Mi venne d’impulso, non potei farci niente. Gli indicai il nostro capo e gli dissi: ricordati quello che ti dico: qualunque cosa accada, di lui non ti fidare mai. Mai, in nessun caso.
mercoledì 29 luglio 2009
sabato 18 luglio 2009
Sacrifici umani
“Develop a lean and flexible cost structure” recitava l’obbiettivo aziendale. Sapevamo tutti che questo avrebbe significato tagli al personale. Poco importava che poi si sarebbe dovuti ricorrere a delle costose società di servizi. Gli analisti finanziari avevano parlato chiaro: il farmaceutico è un settore ad alto rischio. Molti farmaci sperimentali non raggiungono il mercato. La forza lavoro deve potersi espandere o contrarre a seconda del numero di farmaci in sperimentazione. Solo così si potrà avere un adeguato ritorno sull’investimento.
Il responsabile di reparto disse che sarebbero stati necessari dei sacrifici. Sacrifici. Da sacro. Sac=radice indoeuropea che significa: destinato agli dei. Nel nostro caso, al dio denaro.
Fu così che un bel giorno mi chiamarono e mi dettero una lettera. Diceva:
“Come Le è noto, la nostra Società versa attualmente in uno stato di grave crisi aziendale che tocca tutti i settori produttivi e che rende inevitabile una generale organizzazione, orientata a una indilazionabile riduzione dei costi.
Nell’ambito di tale riconosciuto stato di crisi aziendale, si rende indispensabile una complessiva ristrutturazione degli organici ed, in particolare, una diversa organizzazione delle attività della direzione medica, e della ricerca clinica in particolare, che prevede anche la esternalizzazione di alcuni servizi.
Alla luce di quanto sopra siamo spiacenti di doverle comunicare che la sua posizione viene soppressa.
Pertanto, non essendo Ella ricollocabile in azienda in altra posizione, con rincrescimento Le notifichiamo che il rapporto di lavoro con Lei intercorrente cessa con effetto immediato, oggi 26 maggio 2008.
L’obbligo del relativo preavviso Le sarà liquidato unitamente alle competenze di fine rapporto.”
Mi fecero capire subito che non si poteva negoziare. Ero dirigente. Il mio contratto prevedeva che ci si potesse disfare di me dall’oggi al domani.
Non che non me lo aspettassi, ma ci rimasi ugualmente male. Quella azienda era stata vent’anni della mia vita. L’avevo amata quanto una famiglia. Lo so che non è sano, ma era andata così. D’altra parte nessuno è perfetto…
Il direttore era seduto davanti a me, ieratico, severo. Me lo immaginavo vestito come un sacerdote azteco, adorno di piume colorate, nell’atto di estrarre il cuore da una persona viva. Con quei lineamenti sottili ed affilati, sarebbe stato proprio adatto a recitare un personaggio del genere.
L’omino della Direzione del Personale mi disse che, se avessi rinunciato per iscritto ad ogni rivendicazione di tipo causidico (lo so che non è italiano ma lui disse proprio così), era disponibile per me una cifra aggiuntiva.
Dopo alcuni giorni di indecisione, firmai la rinuncia. La cifra aggiuntiva comparve nell’ultimo cedolino che mi dettero.
Fu lì che individuai un’ironia involontaria, o una beffa estrema, o un’ipocrisia intollerabile, a seconda dei momenti della giornata:
la cifra aggiuntiva compariva sotto la voce: incentivazione all’esodo.
Il responsabile di reparto disse che sarebbero stati necessari dei sacrifici. Sacrifici. Da sacro. Sac=radice indoeuropea che significa: destinato agli dei. Nel nostro caso, al dio denaro.
Fu così che un bel giorno mi chiamarono e mi dettero una lettera. Diceva:
“Come Le è noto, la nostra Società versa attualmente in uno stato di grave crisi aziendale che tocca tutti i settori produttivi e che rende inevitabile una generale organizzazione, orientata a una indilazionabile riduzione dei costi.
Nell’ambito di tale riconosciuto stato di crisi aziendale, si rende indispensabile una complessiva ristrutturazione degli organici ed, in particolare, una diversa organizzazione delle attività della direzione medica, e della ricerca clinica in particolare, che prevede anche la esternalizzazione di alcuni servizi.
Alla luce di quanto sopra siamo spiacenti di doverle comunicare che la sua posizione viene soppressa.
Pertanto, non essendo Ella ricollocabile in azienda in altra posizione, con rincrescimento Le notifichiamo che il rapporto di lavoro con Lei intercorrente cessa con effetto immediato, oggi 26 maggio 2008.
L’obbligo del relativo preavviso Le sarà liquidato unitamente alle competenze di fine rapporto.”
Mi fecero capire subito che non si poteva negoziare. Ero dirigente. Il mio contratto prevedeva che ci si potesse disfare di me dall’oggi al domani.
Non che non me lo aspettassi, ma ci rimasi ugualmente male. Quella azienda era stata vent’anni della mia vita. L’avevo amata quanto una famiglia. Lo so che non è sano, ma era andata così. D’altra parte nessuno è perfetto…
Il direttore era seduto davanti a me, ieratico, severo. Me lo immaginavo vestito come un sacerdote azteco, adorno di piume colorate, nell’atto di estrarre il cuore da una persona viva. Con quei lineamenti sottili ed affilati, sarebbe stato proprio adatto a recitare un personaggio del genere.
L’omino della Direzione del Personale mi disse che, se avessi rinunciato per iscritto ad ogni rivendicazione di tipo causidico (lo so che non è italiano ma lui disse proprio così), era disponibile per me una cifra aggiuntiva.
Dopo alcuni giorni di indecisione, firmai la rinuncia. La cifra aggiuntiva comparve nell’ultimo cedolino che mi dettero.
Fu lì che individuai un’ironia involontaria, o una beffa estrema, o un’ipocrisia intollerabile, a seconda dei momenti della giornata:
la cifra aggiuntiva compariva sotto la voce: incentivazione all’esodo.
sabato 4 luglio 2009
La fragola più dolce (finale alternativo)
Un uomo che camminava per un campo si imbattè in una tigre. Si mise a correre, tallonato dalla tigre. Giunto a un precipizio, si afferò alla radice di una vite selvatica e si lasciò penzolare oltre l’orlo. La tigre lo fiutava dall’alto. Tremando, l’uomo guardò giù, dove, in fondo all’abisso, un’altra tigre lo aspettava per divorarlo. Soltanto la vite lo reggeva. Due topini, uno bianco e uno nero, cominciarono a rosicchiare pian piano la vite. L’uomo scorse accanto a sé una bellissima fragola. Afferrandosi alla vite con una mano sola, con l’altra spiccò la fragola.
La mise in bocca. Solo allora si rese conto che i suoi sensi alterati dal terrore gli avevano fatto vedere una fragola dove c’era una bacca amarognola, forse dannosa per la salute.
Mentre precipitava, capì che comunque i conti col destino erano pari. Aveva avuto la fragola più dolce: era l’aspettativa della fragola.
La mise in bocca. Solo allora si rese conto che i suoi sensi alterati dal terrore gli avevano fatto vedere una fragola dove c’era una bacca amarognola, forse dannosa per la salute.
Mentre precipitava, capì che comunque i conti col destino erano pari. Aveva avuto la fragola più dolce: era l’aspettativa della fragola.
La bicicletta
Quando ci trasferirono in una sede distaccata, ci parlarono entusiasticamente della pista ciclabile che passava proprio lì vicino. Al principio non ci badai. Ma il lavoro si faceva sempre più impegnativo, e stare seduta così a lungo indubbiamente non mi faceva bene alla circolazione. Così incominciai ad accarezzare l'idea di comperarmi una bicicletta da tenere in ufficio, per potermi fare una pedalata ogni tanto durante la pausa pranzo.
Ne scelsi una bianca e verde che mi piaceva molto. La incatenai a un albero vicino al posto auto scoperto che mi era stato assegnato.
Poi però pensai che se ci fosse piovuto sopra, presto si sarebbe riempita di ruggine. Allora me la portai in stanza. Avevo una stanza tutta per me e quindi secondo me la bicicletta non avrebbe dato fastidio a nessuno.
Ma mi sbagliavo. Il nuovo direttore, giovane, dinamico, pieno di senso dell'umorismo, mi faceva una battutina ogni volta che passava di lì.
All'inizio mi facevo una risata, poi cominciai a capire che con tutta la gioventù, il dinamismo e il senso dell'umorismo, quella bicicletta parcheggiata in stanza lui proprio non la sopportava. Non capivo perchè. Un professionista andrebbe giudicato dai risultati, non dalle biciclette. La mia bicicletta non sporcava e non puzzava. Più di un collega me la prendeva in prestito per sgranchirsi le gambe e fare un giro. Eppure veniva considerata lesiva dell'immagine del reparto. Decisi di resistere: la bicicletta rimaneva lì. Resistetti per mesi. Finchè un bel giorno, il direttore disse davanti a molte persone: da una che tiene la bicicletta nella sua stanza d'ufficio ci si può aspettare di tutto.
Erano cominciati i tagli al personale, e non me la sentii di insistere. Riportai la bicicletta all'aperto e la incatenai nuovamente all'albero.
Passò un mese. Il direttore mise la testa nella stanza. Disse: mi sento in colpa, la bicicletta si può arruginire. Perchè non la metti sotto al cavalcavia, dove parcheggio la macchina io ? almeno sarà al riparo dalla pioggia.
Mi sentii gratificata dalla sua attenzione e decisi di seguire il suo consiglio. Quella sera stessa incatenai la bicicletta sotto al cavalcavia, in un posticino dove nessuno parcheggiava auto. Per un po' non ebbi occasione di prenderla e quasi me ne dimenticai.
Quando andai a riprenderla, la trovai glassata di guano di piccione.
La portai a casa, la misi nella vasca da bagno, e la lavai amorevolmente. E poi decisi di rinunciare all'idea. Ma la vicenda mi sembrò foriera di cattivi auspici....
Ne scelsi una bianca e verde che mi piaceva molto. La incatenai a un albero vicino al posto auto scoperto che mi era stato assegnato.
Poi però pensai che se ci fosse piovuto sopra, presto si sarebbe riempita di ruggine. Allora me la portai in stanza. Avevo una stanza tutta per me e quindi secondo me la bicicletta non avrebbe dato fastidio a nessuno.
Ma mi sbagliavo. Il nuovo direttore, giovane, dinamico, pieno di senso dell'umorismo, mi faceva una battutina ogni volta che passava di lì.
All'inizio mi facevo una risata, poi cominciai a capire che con tutta la gioventù, il dinamismo e il senso dell'umorismo, quella bicicletta parcheggiata in stanza lui proprio non la sopportava. Non capivo perchè. Un professionista andrebbe giudicato dai risultati, non dalle biciclette. La mia bicicletta non sporcava e non puzzava. Più di un collega me la prendeva in prestito per sgranchirsi le gambe e fare un giro. Eppure veniva considerata lesiva dell'immagine del reparto. Decisi di resistere: la bicicletta rimaneva lì. Resistetti per mesi. Finchè un bel giorno, il direttore disse davanti a molte persone: da una che tiene la bicicletta nella sua stanza d'ufficio ci si può aspettare di tutto.
Erano cominciati i tagli al personale, e non me la sentii di insistere. Riportai la bicicletta all'aperto e la incatenai nuovamente all'albero.
Passò un mese. Il direttore mise la testa nella stanza. Disse: mi sento in colpa, la bicicletta si può arruginire. Perchè non la metti sotto al cavalcavia, dove parcheggio la macchina io ? almeno sarà al riparo dalla pioggia.
Mi sentii gratificata dalla sua attenzione e decisi di seguire il suo consiglio. Quella sera stessa incatenai la bicicletta sotto al cavalcavia, in un posticino dove nessuno parcheggiava auto. Per un po' non ebbi occasione di prenderla e quasi me ne dimenticai.
Quando andai a riprenderla, la trovai glassata di guano di piccione.
La portai a casa, la misi nella vasca da bagno, e la lavai amorevolmente. E poi decisi di rinunciare all'idea. Ma la vicenda mi sembrò foriera di cattivi auspici....
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